La corona di presidente del consiglio per Giorgia Meloni è irta di spine. Non bastava la grana del referendum, figlia di una riforma voluta espressamente da Forza Italia e accettata obtorto collo per tenere insieme una maggioranza sfilacciata. Ora ci si è messo anche l’ISTAT a certificare il fallimento della politica finanziaria del Governo.
Il 2 marzo l’Istituto centrale di statistica ha diffuso i dati relativi all’andamento dell’economia italiana nel 2025: il prodotto interno lordo (PIL) a prezzi di mercato si è attestato a 2.942 miliardi di euro, con un aumento di 73,84 miliardi rispetto al 2024, con una crescita percentuale del 2,57%. Questo fa sì che la perdita (il deficit in forma elegante) del bilancio dello Stato per l’anno 2025 in percentuale sul prodotto interno lordo si attesti al 3,1%, cioè un decimale oltre quella soglia del 3% che avrebbe permesso al governo italiano di uscire dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo.
La Commissione Europea può avviare una procedura per deficit eccessivo (PDE) contro un governo dell’Unione che non rispetta almeno una delle due regole del patto di stabilità e crescita (PSC): la prima è non oltrepassare la soglia di disavanzo del 3% del PIL; la seconda è non avere un livello di debito pubblico superiore al 60% del PIL e che non diminuisce a un ritmo soddisfacente, pari ad un ventesimo l’anno. La Commissione ha riattivato le regole di bilancio dopo la pandemia, avviando a giugno 2024 una procedura per l’Italia (deficit 2023 al 7,4%) e altri sei stati.
La scusa accampata dal ministro dell’economia Giorgetti è che si è trattato di un colpo di coda del superbonus. La questione del superbonus era ben nota a questo governo e al suo ministro dell’economia, che infatti hanno deciso di concentrare gli oneri derivanti in un unico anno, il 2023, in modo da ottenere due risultati: scaricare sui governi precedenti la responsabilità di questa “dissennata” operazione e presentarsi con i conti in ordine negli anni successivi, in modo da uscire rapidamente dalla procedura di infrazione. Accampare ora la scusa del colpo di coda vuol dire o che i conti fatti nel 2023 non erano esatti, oppure che non è stato sufficientemente monitorato l’andamento dei pagamenti per il superbonus 2025; in entrambi i casi la responsabilità ricadrebbe in capo al ministro dell’economia – che pure ha sempre dato l’impressione di essere consapevole della situazione e capace di tenere i conti in ordine – e alla presidente del consiglio che l’ha scelto.
Preferisco credere che lo sforamento sia conseguenza delle mance e mancette elettorali, distribuite a pioggia nelle regioni dove si sono svolte le elezioni nel 2025, con lo scopo di arrestare in qualche modo il tracollo dei voti dei partiti della maggioranza di governo.
Se questo vale per la politica finanziaria del governo, per quanto riguarda la politica economica è peggio che andare di notte. È qui la vera causa del tracollo del governo sull’uscita dalla procedura di infrazione, nella insufficiente crescita del PIL che si è attestato allo 0,5% rispetto all’anno precedente, mentre il governo (ancora Giorgetti, ahi ahi) aveva stimato un già prudente 0,7.
La scelta di abolire il superbonus con il conseguente addebito degli oneri sarà anche stata un’abile scelta politica per compattare un certo momentaneo consenso attorno al governo, ma si è rivelata disastrosa dal punto di vista economico.
Secondo gli stessi dati diffusi dall’ISTAT, gli anni del superbonus (2022 e 2023) hanno visto un aumento degli investimenti fissi rispetto all’anno precedente, rispettivamente del 7,36% e del 10,11%, con un aumento della produzione industriale (compreso le costruzioni) del 3,38 nel 2022 e del 2,01% nel 2023; il PIL conseguentemente è aumentato del 4,82% e dello 0,92% nel 2023 (primo anno in cui il governo Meloni è stato in carica per tutti i dodici mesi). Nel 2024 gli investimenti fissi crollano con una diminuzione del 3,06% rispetto al 2023, per poi risalire di un modesto 3,47% nel 2025. Questo ha una ripercussione sulla produzione industriale, che cresce dello 0,50% nel 2024 e dello 0,77% nel 2025, e sul PIL che cresce rispettivamente dello 0,78% e dello 0,55%. In altre parole sono gli investimenti fissi che trainano la produzione industriale e di conseguenza il prodotto interno lordo; se calano quelli, visto che il contributo del PNRR si è rivelato insufficiente a sopperire alla cancellazione del superbonus, la produzione industriale non cresce e il PIL arranca.
Gli investimenti privati dovrebbero essere causa ed effetto dell’accumulazione capitalistica: in Italia sono sempre stati insufficienti ed oggi più che mai, visto il crescente impegno che richiedono per le dimensioni che hanno assunto le unità produttive e il conseguente calo del saggio di profitto, motore dell’accumulazione.
Di questo si sono resi conto anche al governo: confidando nella chiusura positiva della procedura di infrazione per deficit eccessivo ad aprile, il governo ha deciso nel dicembre 2025 di prenotare 15 miliardi del fondo ReArm Europe, con l’obiettivo di rilanciare gli investimenti con la spesa bellica. Non si tratta di un’idea peregrina: nel 2025 gli investimenti fissi lordi sono aumentati di meno di 15 miliardi rispetto all’anno precedente. Un investimento aggiuntivo di 15 miliardi porterebbe al raddoppio dell’aumento, con un evidente effetto propulsivo sulla produzione industriale e sul prodotto interno lordo. Si tratterebbe però di un miglioramento momentaneo, perché, una volta investiti in infrastrutture militari, i capitali e i beni materiali coinvolti uscirebbero dalla sfera economica.
Se i 15 miliardi venissero investiti in un’opera pubblica, tipo il Ponte sullo Stretto, una volta costruita l’opera continuerebbe a contribuire al prodotto interno lordo con il suo uso, ad esempio con i pedaggi autostradali, con la diminuzione dei tempi di trasporto e così via. Se invece vengono spesi ad esempio in una o più portaerei, una volta costruite e dopo aver arricchito i pescecani dell’industria bellica e dei fondi d’investimento ad essa collegati, queste escono dalla sfera economica, cessano di produrre effetti economici perché non vengono usate. Se poi venissero usate, se venisse consumato il loro valore d’uso, il loro uso consumerebbe molto più prodotto interno lordo di quanto non ne creerebbe il consumo di carburante e la ricostituzione delle scorte di armi e munizioni. Questo consumo di prodotto interno lordo è la descrizione economica delle distruzioni e delle stragi provocate dal valore d’uso delle armi e delle infrastrutture militari.
Queste considerazioni naturalmente non sono fatte proprie dal governo. Ancora meno albergano nella mente della Confindustria, angustiata dalla minaccia di perdere i 15 miliardi a causa della mancata uscita dalla procedura d’infrazione. Per questo è probabile che una manina, nell’organismo europeo di ratifica dei conti che dovrà certificare i lavoro dell’ISTAT, corregga quel 3,1, permettendo anche all’Italia di partecipare al banchetto del piano di riarmo europeo e senza risolvere i limiti della sua produzione e dell’incapacità di far fronte ai bisogni della popolazione.
Il Puzzone, ispiratore di Giorgia Meloni diceva che “governare non è difficile, è inutile”. Io dico che: “governare non è difficile, è dannoso…per noi”.
Tiziano Antonelli